Emanuela Pagan corre fin da quando era poco più che una bambina. Ha iniziato seguendo le orme del papà: prima qualche campestre, poi la pista, poi le gare su strada. Oggi vive a Parma, ma lei è nata e cresciuta a Venezia, così come la sua passione per la corsa. Alla Venicemarathon ha partecipato due volte. Questo è il racconto della sua prima volta.


Il ponte della libertà è una strisca di asfalto che unisce Venezia alla terraferma.
Al maratoneta che si accinge a concludere la sua fatica può sembrare interminabile.
Venezia appare come un miraggio sbiadito. Sarà forse per la stanchezza o semplicemente per l'umidità che quasi sempre l'avvolge. I contorni di un sogno non sono mai definiti fino a quando non lo si realizza. Non si
diventa maratoneti prima di aver corso 42.195km.

La prima maratona è un amore indimenticabile che diventa roccia nelle onde del tempo. Io l'ho corsa a casa mia.
I veneziani vivono seguendo il ritmo delle maree. Mare e laguna determinano un connubio unico da cui è difficile separare i due elementi. Come il respiro e i passi.
Ricordo la prima volta che corsi la maratona di Venezia. L'emozione si sciolse in una lacrima solitaria mentre lo speaker urlava dopo il colpo di pistola: "Sono partiti i maratoneti!".
La mia ombra proiettata in avanti era densa di ricordi, colma di corse fatte tra mare
e laguna mentre la fatica allungava la strada verso l'arrivo.
La mente è piena di immagini senza un filo temporale, mentre i piedi fanno il loro dovere e portano un passo dopo l'altro sull'asfalto divenuto caldo e lucente.

"Ce la farai nella vita", una frase ondeggia nella mia mente. L'autore morì pochi anni dopo averla pronunciata. Un insulto alla sua giovinezza.
Il tifo della gente lungo la Riviera del Brenta fa evaporare il sudore. Il fiume scorre silenzioso, quasi un tapis roulant orfano sullo sfondo. Fino a Mestre è quasi tutto facile, è sul ponte che inizia la maratona di Venezia. Un treno fa sentire la sua voce. Diventa un saluto mentre passa veloce a poca distanza.
Un sorriso si fa beffa della stanchezza. Il cuore è leggero mentre osserva i campanili divenire presenze vicine.
Un colombo si spaventa e prende il volo. Un cornicione lo aspetta per rassicurarlo. Da quel punto vedrà migliaia di canottiere colorate sfilare sopra i masegni.

Ognuno corre con la propria storia inserita nei passi, silenziosa come le preghiere sussurrate nel fiato per giungere all'arrivo. La maratona inizia il primo giorno di allenamento e finisce un centimetro prima del traguardo. Entra nella pelle senza scucirla e vi rimarrà per sempre.
I ponti a Venezia sono stati camuffati da scivoli, ma non hanno perso la loro pendenza. Il volantino ne riporta tredici, ma alcuni corridori ne contano qualcuno di più.
L'ultimo è il più bello: si vede l'arrivo. E' l'attimo in cui il sogno prende forma.
Il brivido più forte solleva la pelle mentre da podisti si diventa maratoneti.
Venezia è qui. Sembra immobile, eppure l'acqua tocca le sue fondamenta da secoli. Un gabbiano grida nel cielo. Forse è un complimento. Si allontana, mentre una medaglia scivola sul petto.
La terraferma è lontana, nascosta dall'acqua della laguna.
Il sogno ora possiede i contorni dei palazzi veneziani. Le finestre sono occhi della storia a cui ormai si appartiene.